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venerdì, 07 novembre 2008

Ragione e sentimento (parte IV)

Non mi piace lasciare i discorsi in sospeso e volevo quindi finire il ciclo di lezioni su ragione e sentimento, una roba che manco alle 4 di mattina sul consorzionettuno.

 

Prendete quindi la vostra migliore pistola e sparatevi allegramente nelle palle, che tanto il piacere che proverete non sarà di molto superiore.

 

Nella precedente lezione avevamo detto che le emozioni sono tarate per un passato evolutivo ormai lontano e che per questo non sempre ci consigliano per il meglio.

 

Un’altra ragione per cui le emozioni a volte falliscono nell’indicarci la strategia ottimale è che favoriscono gli interessi dei nostri geni e non necessariamente i nostri.

 

I geni hanno fondamentalmente due interessi: sopravvivere e riprodursi, con una predilezione per la riproduzione (la sopravvivenza dà luogo al perpetuarsi di una copia dei geni, quella attuale, mentre la riproduzione può dar luogo anche a più copie, e può quindi in alcune circostanze essere preferita).

 

A questo proposito c’è una famosa battuta in voga tra i genetisti: “Che vuoi dire allora? Che moriresti per tuo fratello?” “No, ma per due fratelli sì. E per quattro zii o otto cugini” (per apprezzare la battuta bisogna sapere che condividiamo una metà dei nostri geni con i nostri fratelli, un quarto con gli zii e un ottavo con i cugini).

 

 Non c’entra niente ma mi viene in mente una cosa che mi disse il grandissimo Cesare De Silvestri, l’allievo italiano di Albert Ellis, da non confondere con Bret Eston Ellis, l’autore di Lunar Park e Glamorama, due pessimi libri che ho letto quest’estate. Ma sto divagando.

 

Cesare è un signore di ormai credo 82 anni, che conobbi circa cinque anni fa. Di mestiere si fa lo psicoterapeuta ma si caratterizza per le seguenti peculiarità. Durante le sedute fuma a tutta callara Marlboro rosse 100’s e bestemmia come un toscano di origini scozzesi, quale in effetti è.

 

Parlare ad una persona dei tuoi problemi mentre quello si incazza e va giù di porcamadonna è un esperienza edificante che vale interamente il prezzo del biglietto.

 

Ricorderò sempre con gaudio quando ero in ambasce per una ragazza che dovevo rivedere e lui mi disse che non mi dovevo preoccupare che l’importante era “fare l’amore, con le dita in tutti i buchi”, pronunciato alla toscana. Cesare aveva chiaramente capito tutto.

 

Mi spiegò una cosa che già sospettavo e cioè che nella vita ci sono soltanto due scopi, sopravvivere e provare piacere. Lo corressi pedantemente dicendo che sopravvivere non era necessariamente uno scopo, visto che non avrei avuto nulla in contrario ad un morte istantanea indolore e inaspettata (ma su questo ritorneremo).

 

Il principio di fondo è però corretto, ma mi rendo conto che non c’entra una fava. Per rimanere in tema di legumi torniamo a fagiolo.

 

I geni hanno interessi che possono evidentemente divergere dai nostri. Loro sono interessati a replicarsi, noi siamo interessati a provare piacere. Ma le due cose non necessariamente coincidono, come sanno tutti gli estimatori del coito sassone.

 

Loro vogliono farmi fecondare tutte le donne che mi capitano a tiro mentre io potrei anche avere altri programmi (anche se nel caso specifico non ho niente in contrario).

 

Insomma, le emozioni sono calibrate per fare gli interessi dei geni e non necessariamente i nostri e dobbiamo essere molto accorti nel separare il grano dal loglio.

 

Ma allora queste emozioni sono proprio da buttare? In alcuni casi possono tornare utili perché rispetto alla ragione, vedremo poi cosa intendiamo per ragione, sono molto più rapide.

 

Se vedo un orso (nelle discussioni sulle emozioni gli orsi pullulano) posso

 

a)      cagarmi sotto e iniziare a scappare

b)     cercare di capire se l’orso e bene o male intenzionato, a quale specie di orso appartenga, se è in grado di capire il linguaggio dei segni e argh, morire.

 

In questo caso la strategia più funzionale è chiaramente a) ed è la strategia suggerita dall’emozione (nel caso specifico la paura).

 

Ma le emozioni come tutti sanno almeno fanno fare anche cose folli.

Vedi un bellissimo paio di chiappe scolpite nel marmo a cui fa capo una persona. Puoi

 

a)      ostentare sicumera, cultura e bon ton e penetrarla. fuggire nel nulla e non voltarti mai.

b)     innamorarti, intestarle casa, filiare, accendere un mutuo, lavorare duro per un apparecchio ai denti e bla bla bla. E questo nel caso vada bene.

c)      innamorarti, biascicare parole senza senso, andare in bianco, masturbarsi duro, riflettere sulla propria misera posizione nel cosmo.

 

In questo caso, come volevasi dimostrare, la strategia ottimale è chiaramente a) ma se cedete all’emozione di un bel paio di chiappe potreste capitare dalle parti di b) o di c).

 

Ma come facciamo a decidere se cedere o meno all’emozione? Il problema è che non possiamo decidere una volta per tutte (e a volte non possiamo proprio decidere e basta, perché l’emozione è troppo improvvisa o troppo intensa).

 

Quel vecchio coglione di Platone pensava che la ragione dovesse averla sempre vinta. Ricorderete l’immagine della biga e dell’auriga (chi ama la biga metta una riga).

 

Ma vi sono casi in cui è cosa buona e giusta farsi guidare dalle emozioni, e quindi il problema diventa capire quali sono le emozioni di cui ci possiamo fidare, che ci mandano bene, e quelle di cui invece è meglio diffidare, che ci spingono il puzzone.

 

Non solo le emozioni sono tarate per un passato evolutivo ormai lontano, non solo servono gli interessi dei geni e non i nostri, ma dulcis in fundo a volte non servono gli interessi dell’individuo ma quelli della specie (e a noi individui della specie non ce ne potrebbe fregare di meno, e se la pensate diversamente è perché ve lo fanno credere i geni del male).

 

Prendiamo ad esempio il senso di colpa o la vergogna. Sono le cosiddette emozioni sociali. Pare che mostrare vergogna voglia dire più o meno: sono consapevole di aver violato una norma sociale, me ne scuso, eviterò per quanto mi è possibile di scorreggiare nuovamente durante la discussione della mia tesi di laurea, o quantomeno di limitarmi alle protte senza scadere nelle più asociali loffe.

 

Il senso di colpa servirebbe invece al dissuaderci dal farci troppo i cazzi nostri. è vero che mangiare carne umana è piacevole e nutriente, ma forse qualche anima buona potrebbe aversene a male. Per questo io mi consumo e mi macero i coglioni, per evitare di farlo ancora, al massimo pane e spuntì.

 

è ovvio che nessuna di queste due emozioni fa i nostri interessi in senso stretto, sono emozioni spiacevoli, o almeno così mi dicono, e non ci dissuadono dal compiere azioni che danneggiano noi, ma semmai che danneggiano gli altri.

 

(In realtà il discorso è un po’ più complesso. In una società è infatti anche importante la reputazione, avere ad esempio la fama di uno che non viola le norme e non persegue spietatamente i propri interessi. e le ragioni per avere una buona reputazione sono in ultima analisi individualistiche: più soldi, più fica, e di mercoledì la champions league).

 

Ma sul senso di colpa la prossima volta ritorneremo, perché è un’emozione che mi ha dato spunti di riflessione (quando si è disoccupati anche il percorso del 38 barrato ne dà).

 

Vi ringrazio per l’attenzione e vi prego di fare i compiti. Annotate sul vostro taccuino le emozioni che proverete oggi e la prossima volta ne discuteremo pubblicamente, davanti a una gogna.

 

Vi ricordo che sotto trovate un post nuovo di zecca e il link per il consueto articolo su Giornalettismo. Prosegue l’inchiesta molesta sul sesso ggiovane e da oggi ogni due commenti vinci una mail da mostrare agli amici.

 

Cordialità.

Vergato da Vertigoz alle 02:02 | link | commenti (11) |

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