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sabato, 05 luglio 2008

è una formalità. O una questione di qualità.

 

Vorrei dire la mia sulla questione numero di copie vendute-qualità, non perché qualcuno me l’abbia chiesto ma perché è un blog, e in qualche modo lo devo pur riempire.

 

Ho già scritto un post al riguardo ma credo che l’argomento sia talmente interessante da meritare un ulteriore sviluppo.

 

In un post di qualche giorno fa citavo un commento di Balestrini che scriveva: “Ha ragione Arbasino, che da sempre protesta sulle classifiche di vendita. Che senso ha, per un lettore, sapere qual è il libro più venduto? Allora il miglior ristorante è McDonald’s!”.

 

Questo discorso lo facciamo per comodità sui libri ma lo potremmo fare anche sui dischi o su qualsiasi “merce culturale”.

 
Ci sono tre possibili alternative che illustrano il rapporto tra qualità e numero di copie di vendute:

 
1. I due fattori sono del tutto irrealati. A molte copie vendute può corrispondere una gran qualità o meno, così come a poche copie vendute.

 
2. I due fattori sono direttamente proporzionali. Maggiore è il numero di copie vendute maggiore è la qualità di un libro. Questa è la tesi “mangiamo merda, milioni di mosche non possono sbagliare”. Un’altra conseguenza paradossale è che quanto più un libro vende tanto più acquista in qualità. Le prime 1000 copie di Dan Brown erano di qualità inferiore rispetto alle successive. Ma questo è solo un paradosso.

 

La verità è che la tesi 2. si basa su un’euristica profondamente radicata nella psiche umana. Un’euristica è un ragionamento inconscio, rapido e automatico,  efficiente la maggior parte dei casi ma non sempre. In questo caso è in gioco “l’euristica del ristorante” che recita grosso modo così: "Se non hai informazioni precise sul ristorante su cui stai andando a mangiare basati sul numero di auto parcheggiate per decidere se sa andarci o meno". 

 

è un’euristica ragionevole ed è la stessa che ha luogo nel chiamato riferimento sociale, che si manifesta anche in bambini piccolissimi. Un bambino davanti a un potenziale pericolo che non sa come interpretare nel dubbio guarda la madre. Se la madre lo incoraggia va avanti, altrimenti si ferma.

 

In pratica ogni volta che non abbiamo sufficienti informazioni per scegliere, e non abbiamo tempo sufficiente per procuracele, può essere ragionevole affidarsi a quello che fanno gli altri. Ho detto ragionevole, non razionale. Il fenomeno del riferimento sociale è all’origine non solo delle code ai ristoranti ma anche del consenso plebiscitario al nazismo nella Germania degli anni '30.

 
Se torniamo al ristorante possiamo vedere un altro paradosso, ovvero il fatto che la fama da un certo punto in poi si autoalimenta. Le prime tre macchine si fermano magari perchè conoscono già il ristorante o perché ha un’insegna simpatica. La quarta invece si ferma perchè ha visto tre macchine ferme, la quinta quattro, e così via, in maniera esponenziale.

Questo per inciso è il motivo per cui la gelateria dietro casa mia è nota in tutta Roma ed  è sempre strapiena di gente. Il gelato non è male, ma c’è un’altra gelateria sempre qui vicino che lo fa più buono. Solo che lì, vai a capire perché, forse per un errato “posizionamento”, non si è creato alcun fenomeno di interesse socio-economico.

 

Una cosa del genere avviene anche con i best-seller. Mia madre negli ultimi dieci anni ha comprato solo due libri, Và dove ti porta il cuore e Il Codice da Vinci. Non credo si debba aggiungere altro.

 

Il che ci porta alla tesi 3.

 

3. La tesi 3. è una tesi molto più seria della tesi 1.

Non si limita ad affermare che numero di copie vendute e qualità di un libro sono irrelate, ma che sono inversamente proporzionali.

Bertrand Russell diceva qualcosa del genere quando affermava (cito a memoria) che “un’opinione creduta dalla maggior parte della gente è un buon indizio che essa sia falsa”.

Russell voleva in parte essere paradossale, ed era anche un discreto snob (peraltro giustamente nel suo caso).

Ma mi sono reso conto che mi comporto spesso come se 3. fosse vera. Mentre a parole sostengo la tesi 1. in verità il mio comportamento è guidato dal principio 3.

Ad esempio l’altro giorno sono stato incuriosito per l’ennesima volta da Etica per un figlio di Savater, ma l’ho posato subito quasi schifato, perché mi sono ricordato che è un best-seller (sia detto con moto di disgusto).

In pratica in me, e credo in molti lettori abituali, c’è un’euristica di questo tipo:

“La maggior parte della gente legge merda, questo è stato letto da tanta gente, questo è una merda”. In mancanza di altre informazioni può essere un buon argomento.

 

Quindi forse le case editrici dovrebbero davvero pubblicizzare i libri “all’incontrario”, con formule quali: “Questo libro ha venduto solo dieci copie nei primi dodici mesi”.

Se non che i lettori abituali sono statisticamente una minoranza e quindi le case editrici fanno bene a fare come fanno.

 

Sì, avevo da fare un’altra cosa e mi sono messo a scrivere un post.

 

Vergato da Vertigoz alle 15:31 | link | commenti (24) |

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